La sera del dì di festa

 

 

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Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.

 

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Maggio

 

 

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[…]
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte…
[…]
(A Silvia)

[…] in fronte la gioia ti splendea, splendea negli occhi
quel confidente immaginar, quel lume
di gioventù
[…]
se torna maggio, e ramoscelli e suoni
van gli amanti recando alle fanciulle
[…]
(Le ricordanze)

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La morte di Cristo (1810)

 

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Secoli propizj, dall’edace tempo divorati, tornate indietro, e tu mostrati presente, giorno felice della mia redenzione. Con te mi unisco, e sull’ore tue trascorrendo vado gli affanni, e i tormenti del buon Gesù. Già per un mar di sangue son giunto al Calvario. Chiudetevi occhi miei per non vedere di uno spettacolo sì funesto la vittima sventurata. E questi è Gesù! Pende da un tronco infame, dove la rabbia de’ Giudei con lunghi, e grossi chiodi lo affisse. Langue, agonizza, more… Oh Dio qual momento è questo! Il Sole si oscura; trema la terra; le pietre si spezzano; gli Angeli della pace in amaro pianto si sciolgono, e colle azzurre penne fanno gli occhi un doppio velo: Tutto è orrore. Adamo, Adamo dove sei? Vieni del tuo peccato a vedere il frutto. Vieni… Ma già dal sonno di morte si scuote, e con altri estinti, torna a rivedere la luce del giorno. Pauroso, palpitante fra le nere caligini, che d’ogni intorno lo cingono, alza gli occhi, e mira insanguinato, e morto, un uomo pendere da un alta croce. Chi sia quegli dimanda. Risposto gli viene esser Gesù, il Figlio di Dio. Il Figlio di Dio oimé! che seppi! che vedo!… Alza in così dire adirate ambe le mani, e la fronte rugosa si percuote, e i bianchi capelli furiosamente si strappa. Pensoso indi si arresta, ed Eva, poi dice, Eva, che mai facesti? Tu m’ingannasti, ed io per te la morte ho data al mio Signore! Tanto dunque vi volea per redimere il mondo!

 

Maria Corti segnala che dietro a questa prosa di Leopardi si situano due sonetti di Onofrio Minzoni sullo stesso argomento. Si sottolinea la suggestiva personale immagine degli angeli.

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Piccole considerazioni intorno all’Inno al Redentore

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In questi giorni mi sono trovata a riflettere sulle immagini di Dio che ognuno di noi porta impresse, nel proprio spirito, fin dall’infanzia e che, difficilmente, riesce a sostituire con altre forse più vere, forse più vicine alla vera essenza della divinità: l’Amore.. Pensavo anche a Giacomo e al suo abbozzo dell’Inno al Redentore, dove scriveva: “O uomo Dio, Pietà di questa miseranda vita Che tu provasti” mentre nel Supplemento:

“Tu hai provata questa vita noistra, tu ne hai assaportato il nulla, tu hai sentito il dolore e la infelicità dell’esser nostro… Pietà di tanti affanni, pietà di questa povera creatura tua, pietà dell’uomo infelicissimo, di quello che hai redento, pietà del gener tuo, poiché hai voluto aver comune la stirpe con noi, esser uomo ancor tu…. Tempo verrà ch’io non restandomi altra luce di speranza, altro stato a cui ricorrere, porrò tutta la mia speranza nella morte, e allora ricorrerò a te.. allora abbi misericordia..” .

Eppure Giacomo, mentre scriveva queste righe, guardava più al Dio terribile veterotestamentario che al Dio dell’Amore che pur conosceva ma che sembra, in tutte le sue riflessioni inerenti l’argomento, come in ombra.. Un Dio bifronte insomma, con la faccia terribile più incisiva di quella amorosa… il Dio che gli avevano insegnato…
Eppure il nostro Dio cristiano è un Dio che piange, un Dio che invoca e grida perché si sente abbandonato.. Proprio come noi.. E. d’altra parte, se consideriamo l’amore, perché meravigliarci se ha voluto vivere come un uomo?
Giacomo certamente non pensava a Lui come ad un Dio piangente (ed infatti sembra quasi una contraddizione di termini) ma piuttosto ad una specie di Giove con i fulmini nella mano pronto a scagliarli sul capo degli uomini disobbedienti… Ma pure ha scritto un abbozzo su questa immagine di Dio!
Ma noi, riusciamo veramente a pensare a Lui come ad un Dio piangente? Un Dio amoroso? Un Dio che c’è ed è l’essenza stessa dell’amore e della verità?
Credo che Giacomo abbia, infine, trovato quella luce che tanto amava, anzi: l’essenza stessa della Luce… Almeno questo a me piace pensare, considerando la grandezza della sua anima…

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8 marzo

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Una donna di 20, 25 o 30 anni ha forse più d’attraits, più d’illecebre, ed è più atta a ispirare, e maggiormente a mantenere, una passione. Così almeno è paruto a me sempre, anche nella primissima gioventù: così anche ad altri che se ne intendono (M. Merle). Ma veramente una giovane dai 16 ai 18 anni ha nel suo viso, ne’ suoi moti, nelle sue voci, salti ec. un non so che di divino, che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto; allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta; quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume che gli si legge nel viso e negli atti, o che voi nel guardarla concepite in lei e per lei; quell’aria d’innocenza, d’ignoranza completa del male, delle sventure, de’ patimenti; quel fiore insomma, quel primissimo fior della vita; tutte queste cose, anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un’impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardar quel viso, ed io non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l’anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un’idea d’angeli, di paradiso, di divinità, di felicità. Tutto questo, ripeto, senza innamorarci, cioè senza muoverci desiderio di posseder quell’oggetto. La stessa divinità che noi vi scorgiamo, ce ne rende in certo modo alieni, ce lo fa riguardar come di una sfera diversa e superiore alla nostra, a cui non possiamo aspirare. Laddove in quelle altre donne troviamo più umanità, più somiglianza con noi; quindi più inclinazione in noi verso loro, e più ardire di desiderare una corrispondenza seco. Del resto se a quel che ho detto, nel vedere e contemplare una giovane di 16 o 18 anni, si aggiunga il pensiero dei patimenti che l’aspettano, delle sventure che vanno ad oscurare e a spegner ben tosto quella pura gioia, della vanità di quelle care speranze, della indicibile fugacità di quel fiore, di quello stato, di quelle bellezze; si aggiunga il ritorno sopra noi medesimi; e quindi un sentimento di compassione per quell’angelo di felicità, per noi medesimi, per la sorte umana, per la vita, (tutte cose che non possono mancar di venire alla mente), ne segue un affetto il più vago e il più sublime che possa immaginarsi (Fir. 30. Giu. 1828).

 

Una pagina bellissima dello Zibaldone che si lega ad “A Silvia” e che è oggetto del mio saggio: L’ “inedito scrittarello” dello Zibaldone (La Scuola di Pitagora editrice, 2019)

AUGURI A TUTTE LE DONNE!

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