Per il S. Natale

Oggi ho addobbato l’albero di Natale e in quest’atmosfera di dolcezza ho ricordato che il piccolo Leopardi, a 11 anni, scrisse questa “Canzonetta” che volentieri riporto qui: 

Presepe artigianale del presepista Stefano Facchin, Padova

Tacciano i venti tutti,
Del mar si arrestin l’acque,
Gesù, Gesù già nacque,
Già nacque il Redentor.

Il Sommo Nume eterno
Scese dall’alto cielo,
Il misterioso velo
Già ruppe il Salvator.

Nascesti alfin nascesti,
Pacifico Signore,
Al mondo apportatore
D’alma felicità.

L’empia, funesta colpa
Giacque da te fiaccata,
Gioisci, o avventurata,
Felice umanità.

Sorgi, e solleva il capo
Dal sonno tuo profondo;
Il Redentor del mondo
Omai ti liberò.

Nò più senti il giogo
Di servitù pesante,
Son le catene infrante
Da lui che ti salvò.

Gloria sia dunque al sommo
Onnipossente Iddio,
Guerra per sempre al rio
D’Averno abitator.

Dia lode e cielo, e terra,
Al Redentor Divino,
Al sommo Rè Bambino
Di pace alto Signor.

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A Maria

A Maria (dagli “Inni cristiani” abbozzi di Giacomo Leopardi)

E’ vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici. E’ vero che questa vita e questi mali son brevi e nulli, ma noi pure siam piccoli e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu che sei già grande e sicura, abbi pietà di tante miserie. ec.

[Gli abbozzi degli Inni risalgono ad un periodo compreso tra l’estate e l’autunno 1819 ]

[la mia foto riproduce il quadro della Madonna che si trova nella Chiesa dei Cappuccini a Recanati. Tutta la famiglia Leopardi era devota e festeggiava la sua festa. Giacomo ne scrive rammaricandosi di non aver potuto essere presente.

Per le amiche di questo Blog… oggi…

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 A SILVIA

 
Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d’amore

Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

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Dalla parte delle donne… 25.11.2018

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Ci vorrebbero in silenzio e pronte a sorridere sempre… Vezzose ed eleganti per fare bella figura… Nessun problema, per carità… Ci vorrebbero ignoranti così da poter dimostrare un’altra presunta supremazia… Brave in cucina e splendide con i figli così da supplire alle mancanze dovute al “loro” lavoro. Splendidi “cuscinetti” colpevoli sui quali attutire tutto ciò che non va. Felici per i regali e ciò deve bastare! Che bei tempi erano quelli in cui la donna diceva sempre di sì, “stava al suo posto” (quale?) e l’unico svago era il silenzioso chiacchiericcio con altre femmine. Come essere preparati ad una donna laureata che riesce a compiere piccoli miracoli quotidiani? Come sentirla compagna quando ci è stato insegnato a “tenerla sotto”? Già! Risponde pure! Pretende pure di “essere”, non si accontenta di “apparire”…
Non sono violenza anche questi comportamenti?
Ed allora silenzio care signore, silenzio per voi! Arricchite la vostra interiorità senza “sprecarla” con chi non la merita… mantenetela segreta, ben coscienti del grande dono che Dio vi ha fatto… fatevi belle per voi stesse, di quella bellezza che non è appariscenza (quella desiderata da “loro”) ma classe che viene da dentro…

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Nostalgia della morte

 

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ho dato spazio al mondo nella bianca
terra arida radura dove prorompe
la rude immagine, violenza verbale
dell’autobiografia intellettuale
pensiero istantaneo e poetante
risorge dalle sue ceneri nella
notte talismanica, quando le foglie
rosse, di soglia in soglia ricoprono
di papaveri i lamenti della luna
donne al fondo, la memoria e soccombe
ultimo canto sacro sulla tomba
di Isidore, mentre il suo sguardo di seta
accresceva il caos e la discordanza
delle voci dorate, citazioni
infinite, sovversive esplosioni
postmoderne, spogliate di ogni orpello
quando l’incontrai oltre il monte della
follia, s’abolirono i confini tra
essere e nulla e impersonale voce
nacque originaria e distaccata.
Profezia di silenzio e parodie
retoriche autodistruttive fittizie
divinità, sregolata umanità
priva di un ordinato narratore
onnisciente, dove tutto si decompone
oltre il senso e la struttura, distruzione
immane perire di ogni punto di vista
isolati stereotipi surrealisti
metaforiche combinazioni auratiche
distinte stilizzate forme arcaiche
suggestioni teatrali cariche
di persuasioni espressionistiche
prosaiche borghesi allusioni Magiche,
si svegliò Friedrich sul sepolcro
di Sophie, fonte notturna di vita
e verità, splendida nostalgia
dell’oscurità opera del cuore.

© Franco Di Carlo

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