Il parlar molto di sè…

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[…] scusate, caro Giacomo mio; io sono amareggiata talmente, e così intimamente desolata, che senza accorgermi ho preso a parlare di me, non ricordandomi, che questa è la cosa, pegli altri, più noiosa, che si possa dare. Non così però è per me quando mi parlate di voi…

(Paolina a Giacomo, 13.1.1823)32831368_10211821393905962_7559870596830461952_n

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Cara mamma…

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Carissima Signora Madre, siamo arrivati in questo punto sani e salvi senz’ alcuna disgrazia, e troviamo similmente arrivati e sani tutti i parenti. […] La prego di presentare i miei più rispettosi e affettuosi saluti al Signor Padre […]. Io sto bene e gl’ incomodi del viaggio, in cambio di nuocermi m’ hanno notabilmente giovato. Le bacio la mano con tutto il cuore, e pieno di vivissimo affetto e desiderio di Lei, mi dichiaro
suo tenerissimo figlio.
(23.11.1822)

Cara mamma Io mi ricordo ch’ Ella quasi mi proibì di scriverle, ma intanto non vorrei che pian piano, Ella si scordasse di me. […] La prego a salutare cordialmente da mia parte il Papà e i fratelli […]. Ma soprattutto la prego a volermi bene, com’ è obbligata in coscienza, tanto più ch’ alla fine io sono un buon ragazzo, e le voglio quel bene ch’ Ella sa o dovrebbe sapere. Le bacio la mano, il che non potrei fare in Recanati.
E con tutto il cuore mi protesto Suo figlio d’ oro. Giacomo-alias-Mucciaccio.
(22.1.1823)

Cara mamma. Sono stato ammalato dal reuma che ho portato meco […] Volesse Iddio chei miei mali fossero di sola fantasia perché la mia ciera è buona. […] Spero che la morte, che sempre invoco, fra gli altri infiniti beni che ne aspetto, mi farà ancor questo, di convincer gli altri della verità delle mie pene. Mi raccomandi alla Madonna, e le bacio la
mano con tutta l’ anima.(28.5.1830)

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Mamme…

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In uno dei saggi raccolti nel mio “Kant e Leopardi” (Guida, 2011) ho esaminato nel dettaglio l’infanzia e l’educazione del filosofo del criticismo e del nostro Giacomo. Troppo lungo sarebbe elencare tutto; mi limito a sottolineare l’importanza che per ambedue rivestì la propria madre. In modi assolutamenti differenti esse influirono nella personalità dei loro figli, a dimostrazione dell’importanza che riveste la figura materna nell’età evolutiva. Vi propongo un breve passo delle “conclusioni”.

“Fu la madre, invece, che rappresentò per Kant il punto di riferimento e senz’altro la figura più importante non solo per lo sviluppo della sua eccezionale intelligenza, della quale si accorse molto presto, ma anche per la sua maturazione umana. Seguendo passo passo suo figlio, accompagnandolo nella crescita e nella scoperta della realtà circostante ella attuò, probabilmente inconsapevolmente e pur con quella severità di atteggiamento che le veniva dalla religione, una forma di educazione esemplare e del tutto moderna, atta a favorire al massimo la crescita intellettuale di un bambino.
La medesima cosa non può dirsi, invece, di Adelaide, la madre di Giacomo. Ella possedeva un carattere introverso e freddo e per questo privo di manifestazioni di tenerezza. Il portare sulle proprie spalle, già giovane sposa, la responsabilità del restauro patrimoniale di famiglia, non aiutò certamente i suoi rapporti materni. A differenza di Kant, Leopardi attese, fino alla fine della vita, una qualche manifestazione visibile che gli mostrasse o meglio, gli facesse “sentire” l’affetto di sua madre
Adelaide era però, in certo senso, vicina a Regina Dorothea dal punto di vista del rigore religioso. La contessa Leopardi praticava un cattolicesimo immerso nel terrore di un Dio vendicatore, mentre la madre di Kant era rigorosissima nelle pratiche di pietà di quella forma di protestantesimo che fu il Pietismo e che il Borowski, anche se sostiene non trattarsi di fanatica religiosità, sottolinea essersi manifestate in ore di preghiera alle quali sembra ella obbligasse anche i figli.”

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Giacomo Leopardi: dal Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica

[…] quello che furono gli antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo per qualche secolo, siamo stati noi per qualche anno, dico fanciulli e partecipi di quella ignoranza e di quei timori e di quei diletti e di quelle credenze e di quella sterminata operazione della fantasia; quando il tuono e il vento e il sole e gli astri e gli animali e le piante e le mura de’ nostri alberghi, ogni cosa ci appariva o amica o nemica nostra, indifferente nessuna, insensata nessuna; quando ciascun oggetto che vedevamo ci pareva che in certo modo accennando, quasi mostrasse di volerci favellare; quando in nessun luogo soli, interrogavamo le immagini e le pareti e gli alberi e i fiori e le nuvole, e abbracciavamo sassi e legni, e quasi ingiuriati malmenavamo e quasi beneficati carezzavamo cose incapaci d’ingiuria e di benefizio; quando la maraviglia tanto grata a noi che spessissimo desideriamo di poter credere per poterci maravigliare, continuamente ci possedeva; quando i colori delle cose quando la luce quando le stelle quando il fuoco quando il volo degl’insetti quanto il canto degli uccelli quando la chiarezza dei fonti tutti ci era nuovo o disusato, Né trascuravamo nessun accidente come ordinario, Nè sapevamo il perché di nessuna cosa, e ce lo fingevamo a talento nostro, e a talento nostro l’abbellivamo; quando le lagrime erano giornaliere, e le passioni indomite e svegliatissime, né si reprimevano forzatamente e prorompevano arditamente. Ma qual era in quel tempo la fantasia nostra, come spesso e facilmente s’infiammava, come libera e senza freno, impetuosa e istancabile spaziava, come ingrandiva le cose piccole, e ornava le disadorne e illuminava le oscure, che simulacri vivi e spiranti che sogni beati che vaneggiamenti ineffabili che magie che portenti che paesi ameni che trovati romanzeschi, quanta materia di poesia, quanta ricchezza quanto vigore quant’efficacia quanta commozione quanto diletto. Io stesso mi ricordo di avere nella fanciullezza appreso coll’immaginativa la sensazione d’un suono così dolce che tale non d’ode in questo mondo; io mi ricordo d’essermi figurate nella fantasia, guardando alcuni pastori e pecorelle dipinte sul cielo d’una mia stanza, tali bellezze di vita pastorale che se fosse conceduta a noi così fatta vita, questa già non sarebbe terra ma paradiso, e albergo non d’uomini ma d’immortali […]