A Natale in libreria

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Paolina Leopardi. Ritratto e carteggi di una sorella

(Osanna Edizioni, Venosa)

 

La vita di Paolina Leopardi trascorse lenta e immutabile, chiusa da sbarre d’affetto e paure retrive, tra attese e sospiri, tra straziante solitudine e dedizione familiare.  Donna colta, con punte di modernità sconcertante nelle riflessioni inerenti il suo destino, ella non dispiegò le sue potenzialità non solo a causa del periodo in cui visse (che pur ha rappresentato l’aurora dei movimenti femminili) ma soprattutto per l’ambiente familiare che, immerso nell’atmosfera arretrata e grigia dello Stato pontificio, rimase ancora per molto tempo chiuso ai fermenti intellettuali già presenti in altre regioni d’Italia. Se a questo si unisce il cognome importante che Paolina portava si può ben capire come ella in vita e in morte sia stata relegata nell’ombra, non potendo essere altro che la sorella di… anche se è proprio il legame con Giacomo Leopardi che ha preservato il suo nome dal seppellimento delle sue pagine in archivi privati, quando non dallo smarrimento. I suoi epistolari, qui commentati, rivelano la sua anima e insieme restituiscono innumerevoli informazioni sulla condizione della donna, sugli usi dell’epoca, sulle trattative inerenti ai progetti matrimoniali, fino alle frivolezze sulle quali tante signore avvizzivano la loro intelligenza. Dunque lo spaccato di un’epoca.

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Lettera di Paolina Leopardi

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A Marianna Brighenti, 1 luglio 1837 (appena udita la morte del fratello Giacomo)

 

Piangendo e delirando pel dolore vengo a gittarmi tra le tue braccia: o Marianna mia, vengo ad esser parte del dolor tuo, di quello di tutti voi, miei cari amici, ora che una disgrazia orribile ne ha colpito. Certo, io non trovo parole da esprimere il mio dolore, ne [sic] la mano può scrivere il nome di quella cara persona che abbiamo perduto, di quell’angelo che non è più in questa terra, del nostro Giacomo!  Oh Marianna mia, cosa è mai questa vita! Di quanta angoscia è capace il cuore umano senza che cagioni la morte! – Almeno si morisse di dolore! Andavamo dicendo noi nel ricevere quella desolante notizia – la quale poi ci venne mentre noi eravamo oggetto a tutti di compassione, e nella nostra casa succedevano scene di lutto, di desolazione ineffabile per una terribile disgrazia da cui venivamo minacciati, e dalla quale la misericordia infinita di Dio ci ha poi liberati – allora si empì il paese di tal notizia, e tutti rifuggivano dal darcela, anche chi era espressamente incaricato: finalmente il povero papà se la lesse egli stesso giuntagli per la posta. Oh piangiamo insieme, amici miei, piangiamo insieme, che abbiamo perduto tutti il nostro fratello, il nostro amico, né lo rivedremo più in questo mondo dopo tanta speranza, dopo tanto desiderio. Io ne metteva da parte da lungo tempo tante cose a dirgli, tante altre da dimandargli, io che pensava sempre a quel primo momento in cui lo avrei riveduto, e alla dolcissima emozione che ne avrei provata, io che son rimasta quasi sola, perché quella era l’unica mia compagnia ch’io avessi ad ogni ora, ad ogni istante – ah soltanto Iddio può vedere la misura della desolazione in cui sono, ed egli solo può consolarla richiamandomi a lui, ove anelo incessantemente.

(citata nel libro di prossima pubblicazione “Paolina Leopardi. Ritratto e carteggi di una sorella” (Osanna Editori)

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Sei…

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Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene; parermi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle” (G. Leopardi, Zib. 4418)

 

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Felicità da me provata ogni volta che seduta alla mia scrivania e aperte le pagine leopardiane, su quelle rifletto ritrovando me stessa… provando a scrivere… su quella vita piangendo e godendo ad un tempo… Insomma: VIVENDO!

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Verso i giorni tristi…

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Iniziano i giorni più tristi dell’anno, quelli della “corrispondenza d’amorosi sensi” ancora più vicina, più sentita. E ripenso ad un pensiero di Leopardi del 9.4.1827:

“Se l’uomo è immortale, perchè i morti si piangono? Tutti sono spinti dalla natura a piangere la morte dei loro cari, e nel piangerli non hanno riguardo a se stessi, ma al morto; in nessun pianto ha men luogo l’egoismo che in questo.”

Questo, e altri pensieri relativi alla morte, all’immortalità dell’anima e al lutto, ho esaminato nel mio saggio contenuto in “La ragione e il cuore” (Cleup 2014). Cosa rispondere a questa razionale obiezione?

” Da questa pagina si evince il tentativo teso a negare l’immortalità dell’anima. Perché si piangono i morti se si crede in una vita ultraterrena? Sì, una giusta ineccepibile domanda alla quale potremmo rispondere, in un ipotetico dialogo, che l’anima è immortale per il credente, ma l’uomo non è così divino da riuscire a superare il dolore perché l’estinto vive una vita più felice, e soffre non perché compiange colui che non è più, ma perché è mancato agli affetti di chi lo amava.
Una risposta alle domande di Leopardi potrebbe venire da una pagina tratta dalle Confessioni di S. Agostino (Libro IX) dove viene ricordato il momento in cui la madre Monica morì:
Le chiudevo gli occhi, e una tristezza immensa si addensava nel mio cuore e si trasformava in un fiotto di lacrime.
E considerando il pianto come un cedimento alla fede ancora scrive:
contemporaneamente i miei occhi sotto il violento imperio dello spirito ne riassorbivano il fonte sino a disseccarlo. Fu una lotta penosissima. […] anche quanto vi era di puerile in me, che si scioglieva in pianto, veniva represso e zittito dalla voce adulta della mente.
Ma nel silenzio dell’anima egli parlava a Dio:
al tuo orecchio, ove nessuno di loro udiva, mi rimproveravo la debolezza del sentimento e trattenevo il fiotto dell’afflizione, che per qualche tempo si ritraeva davanti ai miei sforzi, ma per essere sospinto di nuovo dalla sua violenza. Non erompeva in lacrime né alterava i tratti del viso, ma sapevo ben io cosa tenevo compresso nel cuore. […] Privato di lei così, all’improvviso, mi prese il desiderio di piangere davanti ai tuoi occhi su di lei e per lei, su di me e per me; lasciai libere le lacrime che trattenevo di scorrere a loro piacimento, stendendole sotto il mio cuore come un giaciglio, su cui trovò riposo. Perché ad ascoltarle c’eri tu, non un qualsiasi uomo, che avrebbe interpretato sdegnosamente il mio compianto. (corsivo mio)
Eppure la fede granitica e la forte volontà di Agostino, che si era rimproverato aspramente per quel dolore che gravava nel suo cuore, alla fine non riescono ad impedire lo scorrere delle sue lacrime così umane, così necessarie. Neppure un grande Santo quale egli fu rimase immune dal pianto! Le lacrime non sono allora prova di non fede, ma segno del dolore dell’uomo di fronte alla perdita più lacerante. […]

Dedico il pensiero a coloro che ancora negano la spiritualità leopardiana e che lo vorrebbero, a tutti i costi, ateo acquietato e sicuro.

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