Mamme…

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In uno dei saggi raccolti nel mio “Kant e Leopardi” (Guida, 2011) ho esaminato nel dettaglio l’infanzia e l’educazione del filosofo del criticismo e del nostro Giacomo. Troppo lungo sarebbe elencare tutto; mi limito a sottolineare l’importanza che per ambedue rivestì la propria madre. In modi assolutamenti differenti esse influirono nella personalità dei loro figli, a dimostrazione dell’importanza che riveste la figura materna nell’età evolutiva. Vi propongo un breve passo delle “conclusioni”.

“Fu la madre, invece, che rappresentò per Kant il punto di riferimento e senz’altro la figura più importante non solo per lo sviluppo della sua eccezionale intelligenza, della quale si accorse molto presto, ma anche per la sua maturazione umana. Seguendo passo passo suo figlio, accompagnandolo nella crescita e nella scoperta della realtà circostante ella attuò, probabilmente inconsapevolmente e pur con quella severità di atteggiamento che le veniva dalla religione, una forma di educazione esemplare e del tutto moderna, atta a favorire al massimo la crescita intellettuale di un bambino.
La medesima cosa non può dirsi, invece, di Adelaide, la madre di Giacomo. Ella possedeva un carattere introverso e freddo e per questo privo di manifestazioni di tenerezza. Il portare sulle proprie spalle, già giovane sposa, la responsabilità del restauro patrimoniale di famiglia, non aiutò certamente i suoi rapporti materni. A differenza di Kant, Leopardi attese, fino alla fine della vita, una qualche manifestazione visibile che gli mostrasse o meglio, gli facesse “sentire” l’affetto di sua madre
Adelaide era però, in certo senso, vicina a Regina Dorothea dal punto di vista del rigore religioso. La contessa Leopardi praticava un cattolicesimo immerso nel terrore di un Dio vendicatore, mentre la madre di Kant era rigorosissima nelle pratiche di pietà di quella forma di protestantesimo che fu il Pietismo e che il Borowski, anche se sostiene non trattarsi di fanatica religiosità, sottolinea essersi manifestate in ore di preghiera alle quali sembra ella obbligasse anche i figli.”

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Giovedì…

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GIOVEDI…

Non solo la preghiera.. ma anche la natura sfolgorante, i suoi colori e gli odori….La poesia, la musica, l’acquerello come strade privilegiate per entrare nel trascendente…
Entriamo dunque nell’Infinito…portando tra le braccia i fiori della speranza e dell’umiltà…

 

 

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Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E ‘l naufragar m’è dolce in questo mare.stars-1245902__340

Il mistero e il dolore

 

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“Natura umana, or come,/ se frale in tutto e vile,/ se polve ed ombra sei, tant’alto senti?/ Se in parte anco gentile,/ come i più degni tuoi moti e pensieri/ son così di leggeri/ da sì basse cagioni e desti e spenti?” si chiede Leopardi di fronte al Ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale, dopo aver affermato che “Così riduce il fato/ qual sembianza fra noi parve più viva/ immagine del ciel. Misterio eterno/ dell’esser nostro” .

C’è allora un mistero nella materia, che non si può spiegare; perché la materia che è capace di creare alte illusioni è anche fragile e destinata a morire. Ecco le trepide interrogative del Poeta in sospensione di giudizio. Ed ancora chiede alla natura, mirando un bassorilievo sepolcrale, dove è raffigurata una giovane donzella: “se danno è del mortale/ immaturo perir, come il consenti/ in quei capi innocenti?/ Se ben, perché funesta,/ perché sovra ogni male,/ a chi si parte, a chi rimane in vita,/ inconsolabil fai tal dipartita?/ […] Ahi perché dopo/ le travagliose strade, almen la meta/ non ci prescriver lieta?”

Anche il pastore chiede alla luna “e quando miro in cielo arder le stelle;/ dico fra me pensando:/ a che tante facelle?/ che fa l’aria infinita, e quel profondo/ infinito seren? che vuol dir questa/ solitudine immensa? ed io che sono?” e poi ” Se la vita è sventura,/ perché da noi si dura?”

E quando dopo due anni di aridità poetica, finalmente Leopardi sentirà rinascere il suo sentimento di Poeta, si chiederà cosa sia questa “virtù nova […] che sento in me?” e ancora “chi mi ridona il piangere/ dopo cotanto obblio?” mentre chiuderà il suo canto di Risorgimento parlando al suo cuore protagonista della lirica “Ma se tu vivi, o misero,/ se non concedi al fato,/ non chiamerò spietato/ chi lo spirar mi dà”.

Interrogativi dicevamo, destinati a rimanere tali, perché l’unica cosa certa è il dolore.

Il mistero e il dolore: i due poli del pensiero leopardiano.

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Verso i giorni tristi…

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Iniziano i giorni più tristi dell’anno, quelli della “corrispondenza d’amorosi sensi” ancora più vicina, più sentita. E ripenso ad un pensiero di Leopardi del 9.4.1827:

“Se l’uomo è immortale, perchè i morti si piangono? Tutti sono spinti dalla natura a piangere la morte dei loro cari, e nel piangerli non hanno riguardo a se stessi, ma al morto; in nessun pianto ha men luogo l’egoismo che in questo.”

Questo, e altri pensieri relativi alla morte, all’immortalità dell’anima e al lutto, ho esaminato nel mio saggio contenuto in “La ragione e il cuore” (Cleup 2014). Cosa rispondere a questa razionale obiezione?

” Da questa pagina si evince il tentativo teso a negare l’immortalità dell’anima. Perché si piangono i morti se si crede in una vita ultraterrena? Sì, una giusta ineccepibile domanda alla quale potremmo rispondere, in un ipotetico dialogo, che l’anima è immortale per il credente, ma l’uomo non è così divino da riuscire a superare il dolore perché l’estinto vive una vita più felice, e soffre non perché compiange colui che non è più, ma perché è mancato agli affetti di chi lo amava.
Una risposta alle domande di Leopardi potrebbe venire da una pagina tratta dalle Confessioni di S. Agostino (Libro IX) dove viene ricordato il momento in cui la madre Monica morì:
Le chiudevo gli occhi, e una tristezza immensa si addensava nel mio cuore e si trasformava in un fiotto di lacrime.
E considerando il pianto come un cedimento alla fede ancora scrive:
contemporaneamente i miei occhi sotto il violento imperio dello spirito ne riassorbivano il fonte sino a disseccarlo. Fu una lotta penosissima. […] anche quanto vi era di puerile in me, che si scioglieva in pianto, veniva represso e zittito dalla voce adulta della mente.
Ma nel silenzio dell’anima egli parlava a Dio:
al tuo orecchio, ove nessuno di loro udiva, mi rimproveravo la debolezza del sentimento e trattenevo il fiotto dell’afflizione, che per qualche tempo si ritraeva davanti ai miei sforzi, ma per essere sospinto di nuovo dalla sua violenza. Non erompeva in lacrime né alterava i tratti del viso, ma sapevo ben io cosa tenevo compresso nel cuore. […] Privato di lei così, all’improvviso, mi prese il desiderio di piangere davanti ai tuoi occhi su di lei e per lei, su di me e per me; lasciai libere le lacrime che trattenevo di scorrere a loro piacimento, stendendole sotto il mio cuore come un giaciglio, su cui trovò riposo. Perché ad ascoltarle c’eri tu, non un qualsiasi uomo, che avrebbe interpretato sdegnosamente il mio compianto. (corsivo mio)
Eppure la fede granitica e la forte volontà di Agostino, che si era rimproverato aspramente per quel dolore che gravava nel suo cuore, alla fine non riescono ad impedire lo scorrere delle sue lacrime così umane, così necessarie. Neppure un grande Santo quale egli fu rimase immune dal pianto! Le lacrime non sono allora prova di non fede, ma segno del dolore dell’uomo di fronte alla perdita più lacerante. […]

Dedico il pensiero a coloro che ancora negano la spiritualità leopardiana e che lo vorrebbero, a tutti i costi, ateo acquietato e sicuro.

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Paolina Leopardi il 2 febbraio 1837

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Tutto è vanità a questo mondo come a’ tempi di Salomone. […] Sempre più invidio la sorte dei contadini, ai quali la loro testa non da punto tormento come la nostra a noi, che ne fa passare tutti i giorni pieni di desideri ardenti che non giungeranno mai a realizzarsi. (Paolina Leopardi, 2.2.1837).

 

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