Un documento

 

 

stars-1245902__340Memoriale scritto da Antonio Ranieri il 1 novembre 1844 al marchese di Pietracatella, primo ministro di Ferdinando II. In tale documento, reso noto in un articolo di Francesco D’Ovidio pubblicato sul Corriere della Sera (12-13 gennaio 1898), Ranieri asseriva che Leopardi

nacque e morì cristianissimo. Tutta la sua vita fu cristiana; e non s’è mai saputo che facesse professione di miscredenza. È vero che cagionevolissimo di salute, egli accusò spesso ne’ suoi scritti la natura che lo aveva maltrattato. Ma per natura egli non intese mai Dio . Tutti sanno che poeticamente, e anche filosoficamente si è fatta sempre da tutti i poeti e da tutti i filosofi una solenne distinzione fra quel che si chiama natura e il principio reggitore e moderatore dell’universo. Per questo s’è inteso Dio, per quella s’è intesa la serie delle contingenze, che nulla non avevano a comune con quel principio, e che ciascuno ha maledetto a suo piacimento, senza incorrere in niuna accusa di miscredenza. Or di questo il Leopardi si è sempre doluto ne’ suoi versi e nelle sue prose; e per questa considerazione i censori di Milano, di Bologna, di Firenze, di Torino, di Napoli e di Palermo hanno sempre permesso i suoi scritti.
[Si osserva ancora che il Bruto minore] è segnatamente uno di quelli permessi per venti anni da tutti i revisori di tutte le città […] annoverate.

mentre a proposito della lettera al De Sinner, nella quale Leopardi affermava che i suoi sentimenti erano quelli dichiarati nel suddetto Canto, Ranieri continua:

Per intendere poi più particolarmente quel che il Leopardi dice in quella lettera, bisogna sapere che egli sdegnava meravigliosamente di chi diceva che le sue opinioni sulla infelicità dell’uomo sarebbero state contrarie a quelle che egli professava, se egli non fosse stato né povero né malato. Egli allora rispondeva, come fa in quella lettera, che le sue opinioni sulla infelicità umana erano il frutto delle sue osservazioni e non quello dei suoi malanni. Nel che parmi ch’avesse ragione; perché molti uomini sono stati sanissimi, ricchissimi e potentissimi, e non per tanto, hanno chiamato il vivere umano in felicissimo. Salomone potrà bastare per tutti. […] Oltre a ciò, la fede è una cosa del tutto indipendente dalla ragione ed è saputo che v’è stati infiniti uomini i quali furono condotti dai loro ragionamenti a conseguenze non al tutto convenienti con quelle in cui per fede bisognava credere e che, nondimeno, si portarono intatta la loro fede insino al loro fine estremo. Ogni cristiano può, filosofando, errare; e poi ritrovare un termine ed una quiete a’ suoi errori nella stabilità stessa della sua fede. Finalmente, tutti gli argomenti razionali sono nulla a comparazione del fatto. Il Leopardi morì placidamente. Munito di tutti i conforti della religione de’ suoi maggiori; e i documenti più irrefragabili possono per sempre rispondere a chi affermasse altrimenti. La serenità de’ suoi ultimi momenti non fu una conversione né uno sforzo; ma fu la continuazione e il fine del suo stato ordinario: e questa è una così urgente e perentoria conclusione, che non ammette replica di sorte veruna. Ecco la dimostrazione, per così dire, intuitiva della ortodossia del Leopardi.
Francesco D’Ovidio nel suo articolo osservava allora: «Povero Ranieri! Molte bugiole volle dire in vita sua, pur troppo; e anche codesta allegazione si può dir che n’è piena. Egli stesso posteriormente narrò come un frate giungesse appena in tempo a benedire il cadavere di Giacomo».
Peccato che qui il Ranieri non parli affatto della benedizione di frate Felice ma sostenga invece l’esistenza di «documenti irrefragabili» (al plurale) che testimonierebbero una morte avvenuta con i «conforti della religione de’ suoi maggiori».
E quali potrebbero essere questi documenti?

(da: Un giallo a Napoli, III edizione)

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