Una lettera…

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Cara Paolina. La tua lettera m’è stata molto gradita, come sempre mi saranno quelle che mi scriverai, ma mi dispiace pur molto di sentirti così travagliata dalla tua immaginazione. Non dico già dalla immaginazione, volendo inferire che tu abbi il torto, ma voglio intendere che di là vengono tutti i nostri mali, perché infatti non v’è al mondo né vero bene, né vero male, umanamente parlando, se non il dolore del corpo. Vorrei poterti consolare, e proccurare la tua felicità a spese della mia; ma non potendo questo, ti assicuro almeno che tu hai in me un fratello che ti ama di cuore, che ti amerà sempre, che sente l’incomodità e l’affanno della tua situazione, che ti compatisce, che in somma viene a parte di tutte le cose tue. Dopo questo non ti ripeterò che la felicità umana è un sogno, che il mondo non è bello, anzi non è sopportabile, se non veduto come tu lo vedi, cioè da lontano; che il piacere è un nome, non una cosa; che la virtù, la sensibilità, la grandezza d’animo sono, non solamente le uniche consolazioni de’ nostri mali, ma anche i soli beni possibili in questa vita; e che questi beni, vivendo nel mondo e nella società, non si godono né si mettono a profitto, come sogliono credere i giovani, ma si perdono intieramente, restando l’animo in un vuoto spaventevole. Queste cose già le sai, e non solo le sai ma le credi; e nondimeno hai bisogno e desideri di vederle coll’esperienza tua propria; e questo desiderio ti rende infelice. Così accadeva a me, così accade e accaderà eternamente a tutti i giovani, così accade agli uomini ancora e agli stessi vecchi, e così porta la natura. Vedi dunque quanto io sono lontano dal darti torto. Ma io voglio che per amor mio tu facci qualche sforzo, ti approfitti un poco della filosofia, proccuri di rallegrarti alla meglio, come io so per lunga esperienza che si può fare anche nel tuo stato […]. E finalmente non voglio che ti disperi; perché dentro un giorno può svanire la causa delle tue malinconie. […]. Intanto divertiti. Credi ti ch’io mi diverta più di te? No sicuramente. Eppure in questi ultimi giorni ho fatto, e seguo a fare, una vita molto divagata. Ma tieni per certa questa massima riconosciuta da tutti  i filosofi, la quale ti potrà consolare in molte occorrenze; ed è che la felicità e l’infelicità di ciascun uomo (esclusi i dolori del corpo) è assolutamente uguale a quella di ciascun altro, in qualunque condizione o situazione si trovi questo o quello. E perciò; esattamente parlando, tanto gode e tanto pena il povero, il vecchio, il debole, il brutto, l’ignorante, quanto il ricco, il giovane, il forte, il bello, il dotto: perché ciascuno nel suo stato si fabbrica i suoi beni e i suoi mali, e la somma dei beni e dei mali che ciascun uomo si può fabbricare, è uguale a quella che si fabbrica qualunqu’altro. Forse, volendoti consolare, t’avrò annoiata con tanta filosofia. In ogni modo stammi più allegra che puoi, ed aspettami, ch’io ti consoli a voce; se pur già a quell’ora non sarai consolata dalla fortuna.

(Lettera di Giacomo Leopardi alla sorella Paolina  del 28.1.1823, cit. nel volume, di prossima uscita, di Loretta Marcon: “Paolina Leopardi. Ritratto e carteggi di una sorella“)

 

lunapoeta

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Dalle Puerili…

L MESE DI DICEMBRE (1810)

Questa è pur la campagna, dove, non son, che tre mesi, i giorni passavo deliziosi, e ameni! Son pur quelle le opposte colline, di verde manto un tempo ricoperte!… E’ pur quello il prato, dove fra molli erbette, e pinti fiori uso era a deliziarmi! Quelli son gli alberi; quello il fiume, quella la marina, che al guardo mi offrivano un grato spettacolo! Oh come tutto cangiò d’aspetto!… Ecco il monte. Siede su’ d’esso rabbuffato il crudo verno. Il gelido scettro v’innalza sulle balze nevose. Tutto colà è tacito, tutto è romito, e l’orso fiero, e l’ingordo lupo fuggono anch’essi dalla fame cacciati. Il timido usignuolo, e il vispo cardellino non più vanno canticchiando di bosco, in bosco, e di ramo in ramo, ma invece fischia impetuosa l’invernal bufera, per cui spogliato ogni albero di verde fronda, mostra brinati i suoi rami, e collo stridulo lor frastuono l’orrore accrescono dell’urlo cupo di lontane grotte. Larghi strati di gelo ingombrano il prato, per cui geme, inceppata d’ogni erbetta, e d’ogni fiore la debil vita. Là dal montano, nativo sasso scende precipitoso il fiume, e seco trae romoreggiando le svelte quercie, ed i pesanti smisurati massi, e là dalla povera, affumicata cappanna, sporgendo il capo, attonito resta il semplice pastorello al vedere le fragorose acque spumanti. Neghittosi gli armenti nelle fumanti stalle si ricovrano, e intorno al focolare si asside ozioso il bifolco, e la saggia villanella le lunghe ore consuma col fuso, e la rocca. Il Sole or mostrasi, or fugge fra le squarciate, ammontichiate nubi, e scarso tributo manda di lontana luce. Oh deliziosa campagna, troppo a me grata io ti abbandono, né più mi vedrai finché non tornerai di un nuovo ammanto adorna.

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Primo pensiero al femminile. La donna inizia quello che sarà il suo percorso di vita avvolta nella speranza e nell’autenticità: è limpida, vera, piena di sogni e di desideri. Sogni… proprio per questo ella vive, respira la vita… Solo lo spazio di un soffio prima di essere avvolta quasi impercettibilmente nelle spire abitudinarie dell’esistenza e legata con lacci dai quali sembra quasi impossibile liberarsi. Ecco allora che il suo vero essere inizia ad opacizzarsi, a perdere i suoi contorni – che sfumano fino quasi a sparire – per adeguarsi alle circostanze e a ciò che a lei si chiede… Ella impara così il significato di esistere… E sempre più esiste, mentre la vita rimane fiamma dentro il suo cuore, fiamma che non si spegne. Basta una parola, una nota, un sorriso perché quel fuoco si ravvivi e l’abito primigenio ritorni come per magìa.

(da: La scatola di latta, Digitech, Recanati)

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