A Natale in libreria

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Paolina Leopardi. Ritratto e carteggi di una sorella

(Osanna Edizioni, Venosa)

 

La vita di Paolina Leopardi trascorse lenta e immutabile, chiusa da sbarre d’affetto e paure retrive, tra attese e sospiri, tra straziante solitudine e dedizione familiare.  Donna colta, con punte di modernità sconcertante nelle riflessioni inerenti il suo destino, ella non dispiegò le sue potenzialità non solo a causa del periodo in cui visse (che pur ha rappresentato l’aurora dei movimenti femminili) ma soprattutto per l’ambiente familiare che, immerso nell’atmosfera arretrata e grigia dello Stato pontificio, rimase ancora per molto tempo chiuso ai fermenti intellettuali già presenti in altre regioni d’Italia. Se a questo si unisce il cognome importante che Paolina portava si può ben capire come ella in vita e in morte sia stata relegata nell’ombra, non potendo essere altro che la sorella di… anche se è proprio il legame con Giacomo Leopardi che ha preservato il suo nome dal seppellimento delle sue pagine in archivi privati, quando non dallo smarrimento. I suoi epistolari, qui commentati, rivelano la sua anima e insieme restituiscono innumerevoli informazioni sulla condizione della donna, sugli usi dell’epoca, sulle trattative inerenti ai progetti matrimoniali, fino alle frivolezze sulle quali tante signore avvizzivano la loro intelligenza. Dunque lo spaccato di un’epoca.

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Vergine madre…

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Vergine madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.
[…]
(Dante, La Divina commedia, 3 Cantica, canto XXXIII)

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A Maria

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A Maria (dagli “Inni cristiani” abbozzi di Giacomo Leopardi)

E’ vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici. E’ vero che questa vita e questi mali son brevi e nulli, ma noi pure siam piccoli e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu che sei già grande e sicura, abbi pietà di tante miserie. ec.

[Gli abbozzi degli Inni risalgono ad un periodo compreso tra l’estate e l’autunno 1819 ]1362066602543_Foto_2_-_Raffaello-Madonna_del_Granduca

Adelaide Antici Leopardi

 

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 “Rassegna della Letteratura italiana”, vol. cxxi, 2017, 1, pp. 50-56

 

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Gli studi leopardiani ci hanno tramandato un ritratto di Adelaide Antici Leopardi che appare ormai stereotipato e insufficiente a delinearne la figura a tutto tondo. Tale limitatezza deriva primariamente dall’averla sempre considerata soltanto come la madre di Giacomo Leopardi, trascurando la sua figura di donna e di sposa. Alcune ricerche presso l’Archivio Antici Mattei di Recanati hanno consentito il ritrovamento di una sua lettera creduta perduta. Indirizzata al fratello Carlo, e presumibilmente datata 1801, la missiva ha offerto l’occasione di ritornare sulla sua figura, partendo da un punto di vista diverso da quello fino ad oggi considerato.