La terza edizione…

 

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Metodi discutibili…

A PROPOSITO DEL MIO LIBRO “UN GIALLO A NAPOLI. LA SECONDA MORTE DI GIACOMO LEOPARDI”:

Copertina- Giallo a Napoli

QUANDO SI “SCENDE NELL’ARENA LEOPARDIANA” (COSI’ MI DISSE UNA NOTA STUDIOSA DI LEOPARDI) SI DEVE ESSERE PRONTI AD AFFRONTARE DIBATTITI E CRITICHE. E COSI’ SCOPRO ADESSO UN ARTICOLO DI UNA SIGNORA, AL QUALE SI APPOGGIA LO SCRITTO DI UN ALTRO AUTORE.

NON INTENDO DISCUTERLO MA MI LIMITO AD OSSERVARE CHE SAREBBE NECESSARIO DOCUMENTARSI MEGLIO PRIMA DI SCRIVERE USANDO CERTE ESPRESSIONI E, RIPETO, ANCHE SE CIO’ PUO’ DISPIACERE AD UNA CERTA PARTE DI CRITICA ATEA, I DOCUMENTI PARLANO CHIARO.

PRECISO CHE ALLA SOTTOSCRITTA NON INTERESSA AFFATTO COMPARIRE NELLE PAGINE DEI QUOTIDIANI BENSI’ EFFETTUARE QUELLE RICERCHE CHE DOVREBBERO, ANCHE DA LOR SIGNORI, ESSERE RITENUTE DOVEROSE AI FINI DI UNA (PER QUANTO POSSIBILE) VERITA’ STORICA.

QUESTO IL LINK DEGLI ARTICOLI:

http://www.cronachemaceratesi.it/2016/08/06/giacomo-leopardi-assediato-dalla-futile-cultura-televisiva/843806/

Il dottor Mannella citato dal Ranieri nel “Sodalizio”

l 14 giugno 1837 moriva a Napoli il nostro poeta-filosofo Giacomo Leopardi. Quello che successe veramente in quella casa di Vico Pero nel Quartiere Stella e ciò che seguì rimane avvolto nel buio, grazie alle contraddizioni, alle falsità e alle omissioni di colui che Giacomo, fino ad un certo punto, credette essere il suo più grande amico. Ancora oggi qualcuno si basa sul famigerato “Sodalizio”, scritto da Ranieri in età avanzata, e dunque con la mente non lucida. Pochissimi ricordano che all’epoca ci furono stroncature da parte di molti, persino dei familiari di detto Ranieri che si affrettarono a ritirare il libro. Non ricorderò qui queste pagine. Preferisco ricordare qualche altra cosa.
Un particolare che nessuno, nel corso del tempo, si era preoccupato di appurare: quel famoso medico “reale” Mannella di cui parla il Ranieri chi era veramente? Ma soprattutto è esistito?

Propongo qui il risultato della mia ricerca. Nell’ambito dei sei anni costati per scrivere il mio libro, sei mesi sono stati dedicati solo a questo particolare:

“Da sottolineare che i primi riferimenti all’illustre medico Nicola (o Niccolò) Mannella esistono solo nelle opere del Ranieri. Considerando la poca credibilità di quest’ultimo e la scarsa disponibilità di denaro in cui versavano i due amici – circostanza che non avrebbe permesso loro di concedersi il lusso di consultare un luminare del tempo (sempre secondo le parole del Ranieri) – si può ben supporre che egli non sia stato affatto il medico curante di Leopardi. Più logico invece pensare a colui che stilò il certificato di morte: Stefano Mollica, “patriota” e amico del Ranieri”. Le note apposte qui sono le seguenti:
“I primi riferimenti si trovano nel Sodalizio, in qualche lettera e nella Ginevra o l’orfanella dell’Annunziata); secondo quanto scrive Ranieri il Mannella sarebbe stato originario di Monteleone di Calabria (odierna Vibo Valentia) ma non siamo riusciti a reperire alcuna notizia biografica certa. Il nome non viene riscontrato neppure presso l’Archivio di Stato di Salerno. Dalle nostre ricerche presso gli Archivi comunali di Vibo Valentia risulta registrata la nascita di «Mannella Nicola, nato a Monteleone di Calabria il 2 ottobre 1816, Atto n. 277, da Luigi, proprietario, domiciliato alla strada del Majo, di anni cinquantuno e da Spanò Mariantonia di anni ventinove». Bisogna però ricordare che la legge sull’ordinamento dello stato civile venne promulgata nel 1808 perciò per date antecedenti è necessario ricorrere ai registri parrocchiali. Così facendo abbiamo trovato anche un’altra nascita: quella di Nicola Pasquale Mannella nato il 31 luglio 1773, figlio di Giacomo e Anna Chiavelli (? La registrazione manoscritta risulta di difficile lettura). Ora considerando le due date di nascita potremmo osservare che mentre il primo, nel 1837 data di morte di Leopardi, aveva solo 21 anni, il secondo invece 64. Ricordando che il Ranieri descrive il Mannella come medico di corte, probabilmente il primo potrebbe essere escluso data la troppo giovane età e sarebbe invece da accreditare il secondo. Permane comunque un dubbio su questo personaggio che appare soltanto sulle pagine del Ranieri, almeno finché non si riuscirà a reperire notizie biografiche certe. Nelle note al Sodalizio Ranieri afferma che nei giorni in cui «per ispirazione dell’unica mia Paolina, io scrissi la Ginevra, rammentandosi del Mannella [ella mi consigliava]: consacriamo […] una parola a questo esempio di scienza e di bontà, che ci prestò sì lunghe ed assidue cure nell’assistere al nostro adorato infermo. Ed allora, non perdendo di mira che il libro avrebbe partorito, come partorì veramente, inquisizione, prigionia e somiglianti, né potendo parlar chiaro, come avremmo desiderato, immaginammo un cerusico dell’Ospizio . […] Era un uomo di forse cinquanta anni, di vista corta e caliginosa, ma di quella caligine che annunzia l’ingegno e il lungo studio; era di Monteleone e gli dicevano Niccolò, e per semplicità di costume parlava quel suo dialetto natio non in giocondo sulle sue labbra, ove suonava cordialità e fiducia di se stesso» (RANIERI, Sette anni…cit., p. 74, corsivo mio. Brano citato anche in: G. PIERI, Giacomo Leopardi visto da un medico. Conferenza detta nella seduta del 3 giugno 1937-XV della Accademia degli Sventati in Udine, Arti Grafiche Friulane, Udine 1937, pp. 10-12). [nota 25]

Il certificato di morte di Giacomo Leopardi fu sottoscritto infatti da Stefano Mollica, uomo ben affermato nella professione medica: «Certifico io sottoscritto Professore Aiutante della Regia Università, qualmente ho assistito e medicato il nominato Conte Giacomo Leopardi di Recanati affetto da idropericardia, e sebbene praticati tutt’ i mezzi che l’arte suggerisce, pure questi essendo riusciti inutili, ha cessato di vivere verso le ore 21 italiane. Ed in fede. Stefano Mollica Napoli 14 Giugno 1837». Recenti ricerche confermano che egli «nel 1837 era il medico curante di Giacomo Leopardi e ne sottoscrisse l’atto di morte con la qualifica di professore aiutante della Regia Università» (C. DI SOMMA DEL COLLE, Album della fine di un regno, Electa Napoli, Napoli 2006, p. 180). Il Mollica (1805 o 1807-1881) era introdotto politicamente tanto che nel 1848 fu riconosciuto responsabile e condannato per aver aperto il combattimento a Napoli del 15 maggio. Fu graziato, dopo alcuni anni di carcere duro, nel gennaio del 1859 assieme a Settembrini, Poerio e altri.

[nota 26]

(da: Un giallo a Napoli, cap.2, 2 edizione, Cordero, Genova, 2014)

Copertina- Giallo a Napoli

Per ricordare Paolo VI insieme Giacomo Leopardi

Annotavo in una nota del cap. III del mio “Un giallo a Napoli” questa interessante notizia:
” È interessante ricordare che negli scritti giovanili, nelle meditazioni e nelle lettere (fin dagli anni ’30) di Giovanni Battista Montini spesso ci si imbatte nel nome di Leopardi. Lo si trova qualche volta in contrasto, qualche altra volta in sintonia totale con il pensiero leopardiano. Citiamo dal saggio di FRANCO LANZA che, guardando al «momento più poeticamente leopardiano della sua [di Montini] meditazione», riporta una particolare lettera pastorale che Paolo VI scrisse in occasione dello sbarco sulla luna, avvenuto il 28 luglio 1969. Una lettera «che è tra le più alte contemplazioni da lui disegnate […] un raccoglimento che è poesia, ed una poesia che è preghiera: ‘Ed ecco che, come se si aprisse una finestra nella stanza della nostra vita consueta, siamo invitati a guardare fuori, nello spazio, nel cielo, nel cosmo. E siccome questo è un fenomeno umano, che ha appunto per teatro il cielo, i nostri pensieri abituali sono quasi fermati e fissati nel vuoto che ci sta davanti. Siamo non già incantati, né divertiti; siamo turbati. Un quadro di realtà immenso, misterioso, che credevamo poter dimenticare, perché da noi, non astronomi, lontano, irraggiungibile, non sperimentabile, ci si presenta invece davanti. Il raggio di visione va oltre misura, si spinge nelle profondità dello spazio, l’universo ci dice almeno che esso esiste. In certe notti limpide d’estate abbiamo forse anche noi, contemplando le innumerevoli stelle che trapuntano di scintille la volta del cielo, pensato e tentato di pensare al mistero dell’universo; forse la meravigliosa e misteriosa visione esteriore ha preso voce interiore con le note elegiache del canto notturno del pastore leopardiano, errante nelle solitudini sconfinate dell’Asia; forse il senso incombente dell’infinito, che vince lo spazio ed il tempo, ha dato anche a noi un fremito metafisico dell’oceano dell’essere, in cui la nostra minima vita si trova, ma che vita, coscienza, spirito si chiama». (Insegnamenti di Paolo VI, Tipografia Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano 1970, VIII, p. 490). Facciamo nostre le parole di Lanza che così conclude il suo studio: «Non faccio alcun commento a questo canto notturno d’un Pontefice. Ma se le parole di Paolo VI poterono trovarsi così in sintonia con quelle del poeta, come negare legittimità alle moderne interpretazioni che non esitano ad applicare gli aggettivi ‘religioso’ e ‘cristiano’ al mondo dei sogni, delle utopie e delle disillusioni del poeta dell’Infinito?»

(Leopardi nella ricezione della cultura di segno cristiano in A.A. V.V., Ripensando Leopardi, a cura di A. FRATTINI, G. GALEAZZI e S. SCONOCCHIA, Studium, Roma 2001, pp. 106-108).

 

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“Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo Leopardi” (1 edizione Guida 2012 – 2 edizione Cordero, Genova 2014)

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La rivelazione di Loretta Marcon in un libro indagine

Nuova ipotesi sulle spoglie dello scrittore

“Lo seppellirono nel cimitero delle 366 fosse”
di
Claudia Migliore
Napoli

Giacomo Leopardi potrebbe essere sepolto nel cimitero delle 366 fosse, vittima della spiccata passione del suo caro amico Antonio Ranieri per l’anatomia umana.
Lo svela a Metropolis Loretta Marcon che sull’argomento ha scritto anche il saggio “Un giallo a Napoli – la seconda morte di Giacomo Leopardi” (Guida 2012). Una ipotesi frutto di un’attenta ed approfondita ricerca durata anni.

“Napoli. Sono le 19.00 del 14 giugno 1837. In una camera da letto di un piccolo appartamento in Vico Pero n. 2, un uomo di 38 anni, pronunciando le parole “Non vedo più nulla, aprite le finestre” muore. Quell’uomo si chiamava Giacomo Leopardi”.

Il mistero dei sacramenti, le cause della morte, la falsa sepoltura, l’esumazione e la scoperta, l’urna di cristallo sparita, le spoglie in qualche modo trafugate, le bugie, le false dichiarazioni. Ci racconta brevemente cosa è riuscita a scoprire dalle carte, dai documenti, frugando negli archivi?

Avvicinarsi a queste vicende, che mostrano come la realtà possa superare la fantasia, è stato come entrare in una foresta intricata e piena di ostacoli. Il mistero avvolge fatti, avvenimenti e documenti a tal punto da scoraggiare ogni tentativo di sbrogliare la matassa. Mano a mano che proseguivo nelle ricerche nuovi sentieri si aprivano svelando nuove scoperte e consentendomi di formulare nuove ipotesi.
La verità e’ ancora avvolta nel dubbio ma dopo aver raccolto per anni qualsiasi pagina, scritto e indizio anche minimo intorno a questi argomenti una nuova verità si aggiunge alle tante formulate fino ad oggi. Un dato nuovo su tutti ha colpito la mia attenzione: la passione di Antonio Ranieri per la “notomia”, un aspetto della sua personalità pressocché sconosciuto, non solo a chi conosce Leopardi solo dai Manuali scolastici, ma anche a molti leopardisti. Un’attività che egli svolgeva, pur senza essere iscritto alla Facoltà di Medicina, presso l’Ospedale degli Incurabili che appare spesso in tutto il mio percorso di ricerca e che io considero luogo chiave nelle vicende di cui stiamo parlando.
Anche se gli archivi sono scomparsi unendo tutte le tessere di questo puzzle si e’ rivelata una prospettiva completamente diversa da quanto finora è stato scritto sull’argomento.
Riguardo a quella che viene chiamata, a mio parere impropriamente, conversione per me non esiste alcun mistero. E’ stato facile appurare, consultando le disposizioni canonistiche dell’epoca, l’obbligo dei parroci di mantenere un Libro dei morti in cui segnare scrupolosamente tutti i dati concernenti il decesso. Interessante è stato sfogliare proprio quel X Libro dei Morti della Parrocchia di Fonseca per accorgersi che quelle registrazioni non sono affatto uguali per tutti i defunti, anche se si era in tempo di colera e morivano migliaia di persone ogni giorno. E’ troppo lungo raccontare una ricerca come questa, complessa, lunga e difficile in cui si intrecciano anche fatti storici.

Secondo questa ricostruzione quindi chi o cosa sarebbe sepolto nel mausoleo del Parco di Virgilio a Napoli?

Quella stele, davanti la quale ho pur provato una emozione fortissima, io la considero ormai come un monumento alla grandezza di Leopardi.
Il contenuto di quella cassa che Antonio Ranieri fece credere contenere i resti del nostro grande Poeta e che invece contenevano poche ossa di uno sconosciuto, venne inumato nel 1939 quando avvenne con gran pompa la traslazione.
Anche allora senza appurare la verità. Eppure le voci scettiche, tra le quali quella del De Sanctis, si rincorrevano fin da poco tempo dopo la morte di Leopardi. Si aveva fretta di rinchiudere un caso imbarazzante sia per l’autorità civile che per quella ecclesiastica.

Nelle conclusioni del suo libro Lei arriva a formulare una nuova ipotesi in parte contraria anche ai certificati di morte e alle dichiarazioni dell’epoca. Può raccontarcela E raccontarci in base a quali elementi chiave l’ha formulata?

La mia ipotesi e’ che Antonio Ranieri con le sue innumerevoli verità abbia voluto nascondere qualcosa, un suo gesto, una sua azione. Che abbia portato il corpo all’interno dell’Ospedale degli incurabili che tanto bene conosceva forse per poter carpire il segreto della genesi di quella scintilla del genio che aveva reso immenso l’uomo.
All’epoca era già diffusa la frenologia, una dottrina pseudo scientifica che si proponeva di valutare le diverse zone morfologiche del cranio al fine di determinare le qualità psichiche e la personalità delle persone.
Aggiungo inoltre che il certificato di morte per idropericardia fu firmato dal medico Stefano Mollica mentre in tutte le sue diverse versioni Ranieri parla di un medico reale di nome Nicola Mannella. Permane un dubbio su questo personaggio che appare citato solo dal Ranieri e non ho trovato, nonostante le innumerevoli ricerche, segnalato in alcun archivio.
La mia ipotesi si fonda su tanti elementi, primo fra tutti l’attività “anatomica” del Ranieri, poi sul suo comportamento subito dopo il decesso dell’ “amico”, sulle bugie raccontate a ripetizione e sempre diverse a seconda dell’interlocutore, su quell’Ospedale che appare come un filo trasparente ma resistente in tutta la trama di questa vicenda.

In tutti questi anni di indagini, ricerche, viaggi a Napoli, a Recanati, per tentare di capire, per trovare una risposta ai tanti interrogativi, si è mai chiesta il perché di tutto questo? Perché Giacomo Leopardi, perché tanti misteri?

Mi sono chiesta sempre, ogni giorno durante questi anni e ancor prima, quali interessi fossero sottesi al voler seppellire la verità. Ma qui ne sono in gioco troppi, a partire da quello di Ranieri che seppe così sapientemente mischiare verità e menzogne in un nodo tale che risulta quasi impossibile penetrarvi. Anche la critica, ad esempio, nel caso della “conversione”, dovrebbe rivedere un po’ tutta la visione del pensiero del Poeta-filosofo che sembra essere ormai incasellato e sigillato. Qualcuno pensa che la conoscenza della sorte toccata a Leopardi (simile a quella che toccò a Mozart) non sia importante ai fini dell’Opera leopardiana. Personalmente ritengo, come già Gioacchino Taglialatela primo ad occuparsi approfonditamente di questi argomenti, che “de’ grandi uomini non solo sono da ritenere in gran conto le opere, ma sono da ricercare le notizie più minute, più intime della loro vita”.

(Metropolis, 13.10.2013)