1809

1809

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PER IL S. NATALE (Canzonetta di Giacomo Leopardi, scritta all’età di 11 anni)

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Tacciano i venti tutti,
Del mar si arrestin l’acque,
Gesù, Gesù già nacque,
Già nacque il Redentor.

Il Sommo Nume eterno
Scese dall’alto cielo,
Il misterioso velo
Già ruppe il Salvator.

Nascesti alfin nascesti,
Pacifico Signore,
Al mondo apportatore
D’alma felicità.

L’empia, funesta colpa
Giacque da te fiaccata,
Gioisci, o avventurata,
Felice umanità.

Sorgi, e solleva il capo
Dal sonno tuo profondo;
Il Redentor del mondo
Omai ti liberò.

Nò più senti il giogo
Di servitù pesante,
Son le catene infrante
Da lui che ti salvò.

Gloria sia dunque al sommo
Onnipossente Iddio,
Guerra per sempre al rio
D’Averno abitator.

Dia lode e cielo, e terra,
Al Redentor Divino,
Al sommo Rè Bambino
Di pace alto Signor.

(Lorenzo Lotto, Natività, 1530)

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Dicembre nelle Puerili di Giacomo Leopardi

Sta arrivando il Natale...

IL MESE DI DICEMBRE (1810)

Questa è pur la campagna, dove, non son, che tre mesi, i giorni passavo deliziosi, e ameni! Son pur quelle le opposte colline, di verde manto un tempo ricoperte!… E’ pur quello il prato, dove fra molli erbette, e pinti fiori uso era a deliziarmi! Quelli son gli alberi; quello il fiume, quella la marina, che al guardo mi offrivano un grato spettacolo! Oh come tutto cangiò d’aspetto!… Ecco il monte. Siede su’ d’esso rabbuffato il crudo verno. Il gelido scettro v’innalza sulle balze nevose. Tutto colà è tacito, tutto è romito, e l’orso fiero, e l’ingordo lupo fuggono anch’essi dalla fame cacciati. Il timido usignuolo, e il vispo cardellino non più vanno canticchiando di bosco, in bosco, e di ramo in ramo, ma invece fischia impetuosa l’invernal bufera, per cui spogliato ogni albero di verde fronda, mostra brinati i suoi rami, e collo stridulo lor frastuono l’orrore accrescono dell’urlo cupo di lontane grotte. Larghi strati di gelo ingombrano il prato, per cui geme, inceppata d’ogni erbetta, e d’ogni fiore la debil vita. Là dal montano, nativo sasso scende precipitoso il fiume, e seco trae romoreggiando le svelte quercie, ed i pesanti smisurati massi, e là dalla povera, affumicata cappanna, sporgendo il capo, attonito resta il semplice pastorello al vedere le fragorose acque spumanti. Neghittosi gli armenti nelle fumanti stalle si ricovrano, e intorno al focolare si asside ozioso il bifolco, e la saggia villanella le lunghe ore consuma col fuso, e la rocca. Il Sole or mostrasi, or fugge fra le squarciate, ammontichiate nubi, e scarso tributo manda di lontana luce. Oh deliziosa campagna, troppo a me grata io ti abbandono, né più mi vedrai finché non tornerai di un nuovo ammanto adorna.6aff1ba1be155d267253a93e326fc79a

Contro la minestra (Giacomo Leopardi, 1809)

Apri, o canora Musa, i boschi di Elicona,
E la tua cetra cinga d’alloro una corona.
Non or d’Eroi tu devi, o degli Dei cantare,
Ma solo la Minestra d’ingiurie caricare.
Ora tu sei, Minestra, de’ versi miei l’oggetto,
E dir di abbominarti mi apporta un gran diletto.
Ah se potessi escluderti da tutti i regni interi;
Sì certo lo farei contento, e volentieri.
O cibo, invan gradito dal gener nostro umano!
Cibo negletto, e vile, degno d’umil villano!
Si dice, che risusciti, quando sei buona i morti;
Ma oh detto degno d’uomini invero poco accorti!
Or dunque esser bisogna morti per goder poi
Di questi beneficj, che sol si dicon tuoi?
Non v’è niente pei vivi? sì mi risponde ognuno;
Or via sù me lo mostri, se puote qualcheduno.
Ma zitto, che incomincia furioso un certo a dire;
Presto restiamo attenti, e cheti per sentire.
E dir potrete vile un cibo delicato,
Che spesso è il sol ristoro di un povero malato?
Ah questo è uno sproposito, che deve esser punito,
Acciò che mai più possa esser da alcun sentito.

È ver, ma chi desidera la Dio mercè esser sano
Deve lasciar tal cibo a un povero malsano.
Piccola seccatura vi sembra ogni mattina
Dover mangiare a mensa la cara minestrina?
Levatevi, o mortali, levatevi d’inganno,
Lasciate la minestra, che se non è di danno,
È almen di seccatura. Ora da te, mia Musa,
Sia pur la selva opaca del tuo Elicone chiusa.
Io forse da qualcuno talor sarò burlato,
Ma non m’importa bastami, d’essermi un po’ sfogato.

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PASTORI, CHE SCAMBIEVOLMENTE S’INVITANO PER ADORARE IL NATO BAMBINO. (G. Leopardi, 1809)

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Già sovra l’ali dell’ore giunta era la notte alla metà del suo corso, in quel tempo, nel quale ricoperta essendo la terra di candida neve, gelo diffondevasi per tutto; nel quale il sole men fervidi i caldi suoi raggi spandeva sopra la terra. …I Pastori rinchiusa aveano nelle loro cappanne la greggia, ed accanto ad essa prendeano un tranquillo sonno. Quando da improviso, e piacevole rumorio vengon destati. Sorgono frettolosi, escono all’aperto, ed in ogni parte del campo rivolgono il timoroso sguardo. Ed ecco che veggono non più prive di fiori le campagne, non più sfrondati gli alberi, ma tutto fiorito, tutto giocondo; non odono più fischiare gelato il vento, ma aleggiare mollemente un placido e leggier zeffiretto. Ciò ancor non basta. Vedono fra splendida luce Angeli a turme, uno de’ quali ratto volando dai compagni diviso loro arreca il lieto annunzio della nascita del tanto aspettato Messia. A sì gioconda novella pieni essi di gratitudine, e di allegrezza, si danno ad invitarsi vicendevolmente, e andiamo dice l’uno, andiamo risponde l’altro, andiamo a venerare il nato Salvatore, offriamo a Lui il nostro cuore, e tutti noi stessi. Così uniti insieme i pij Pastorelli carichi di que’ doni, che comportava la loro povertà verso la cappanna s’incamminano. Ivi giunti adorano affettuosamente il Santo Bambino, ed offrono dipoi i poveri loro doni. Ciò fatto lieti ritornano ai loro tugurj.

Dalle “Puerili” di Giacomo Leopardi

COME OGNI ANNO, NEL PERIODO NATALIZIO, PROPONGO QUESTA “CANZONETTA” COMPOSTA DAL PICCOLO GIACOMO LEOPARDI UNDICENNE.

Tacciano i venti tutti,

Del mar si arrestin l’acque,

Gesù, Gesù già nacque,

Già nacque il Redentor.

Il Sommo Nume eterno

Scese dall’alto cielo,

Il misterioso velo

Già ruppe il Salvator.

Nascesti alfin nascesti,

Pacifico Signore,

Al mondo apportatore

D’alma felicità.

L’empia, funesta colpa

Giacque da te fiaccata,

Gioisci, o avventurata,

Felice umanità.

Sorgi, e solleva il capo

Dal sonno tuo profondo;

Il Redentor del mondo

Omai ti liberò.

Nò più non senti il giogo

Di servitù pesante,

Son le catene infrante

Da lui che ti salvò.

Gloria sia dunque al sommo

Onnipossente Iddio,

Guerra per sempre al rio

D’Averno abitator.

Dia lode e cielo, e terra,

Al Redentor Divino,

Al sommo Rè Bambino

Di pace alto Signor.

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