STABAT NUDA AESTAS (Gabriele D’Annunzio)

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Primamente intravidi il suo piè stretto
scorrere su per gli aghi arsi dei pini
ove estuava l’aere con grande
tremito, quasi bianca vampa effusa.
Le cicale si tacquero. Più rochi
si fecero i ruscelli. Copiosa
la resina gemette giù pe’ fusti.
Riconobbi il colùbro dal sentore.

Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.
Scorsi l’ombre cerulee dei rami
su la schiena falcata, e i capei fulvi
nell’argento pallàdio trasvolare
senza suono. Più lungi nella stoppia,
l’allodola balzò dal solco raso,
la chiamò, la chiamò per nome in cielo.
Allora anch’io per nome la chiamai.

Tra i leandri la vidi che si volse.
Come in bronzea mèsse nel falasco
entrò, che richiudeasi strepitoso.
Più lungi, verso il lido, tra la paglia
marina il piede le si torse in fallo.
Distesa cadde tra le sabbie e l’acque.
Il ponente schiumò nei sui capegli.
Immensa apparve, immensa nudità.

 

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PABLO NERUDA

Forse non essere è esser senza che tu sia

Forse non essere è esser senza che tu sia,

senza che tu vada tagliando il mezzogiorno

come un fiore azzurro, senza che tu cammini

più tardi per la nebbia e i mattoni,

senza quella luce che tu rechi in mano

che forse altri non vedran dorata,

che forse nessuno seppe che cresceva

come l’origine rossa della rosa,

senza che tu sia, infine, senza che venissi

brusca, eccitante, a conoscer la mia vita,

raffica di roseto, frumento del vento,

e da allora sono perché tu sei,

e da allora sei, sono e siamo,

e per amore sarò, sarai, saremo.

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