Lettera di Paolina Leopardi

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A Marianna Brighenti, 1 luglio 1837 (appena udita la morte del fratello Giacomo)

 

Piangendo e delirando pel dolore vengo a gittarmi tra le tue braccia: o Marianna mia, vengo ad esser parte del dolor tuo, di quello di tutti voi, miei cari amici, ora che una disgrazia orribile ne ha colpito. Certo, io non trovo parole da esprimere il mio dolore, ne [sic] la mano può scrivere il nome di quella cara persona che abbiamo perduto, di quell’angelo che non è più in questa terra, del nostro Giacomo!  Oh Marianna mia, cosa è mai questa vita! Di quanta angoscia è capace il cuore umano senza che cagioni la morte! – Almeno si morisse di dolore! Andavamo dicendo noi nel ricevere quella desolante notizia – la quale poi ci venne mentre noi eravamo oggetto a tutti di compassione, e nella nostra casa succedevano scene di lutto, di desolazione ineffabile per una terribile disgrazia da cui venivamo minacciati, e dalla quale la misericordia infinita di Dio ci ha poi liberati – allora si empì il paese di tal notizia, e tutti rifuggivano dal darcela, anche chi era espressamente incaricato: finalmente il povero papà se la lesse egli stesso giuntagli per la posta. Oh piangiamo insieme, amici miei, piangiamo insieme, che abbiamo perduto tutti il nostro fratello, il nostro amico, né lo rivedremo più in questo mondo dopo tanta speranza, dopo tanto desiderio. Io ne metteva da parte da lungo tempo tante cose a dirgli, tante altre da dimandargli, io che pensava sempre a quel primo momento in cui lo avrei riveduto, e alla dolcissima emozione che ne avrei provata, io che son rimasta quasi sola, perché quella era l’unica mia compagnia ch’io avessi ad ogni ora, ad ogni istante – ah soltanto Iddio può vedere la misura della desolazione in cui sono, ed egli solo può consolarla richiamandomi a lui, ove anelo incessantemente.

(citata nel libro di prossima pubblicazione “Paolina Leopardi. Ritratto e carteggi di una sorella” (Osanna Editori)

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Paolina Leopardi il 2 febbraio 1837

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Tutto è vanità a questo mondo come a’ tempi di Salomone. […] Sempre più invidio la sorte dei contadini, ai quali la loro testa non da punto tormento come la nostra a noi, che ne fa passare tutti i giorni pieni di desideri ardenti che non giungeranno mai a realizzarsi. (Paolina Leopardi, 2.2.1837).

 

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Paolina Leopardi

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Se pure è possibile che si possa vivere senza amore; cosa ne dici Vittorina mia? E se ti pare che ciò non possa essere, compiangimi che ne hai veramente ragione. Con un cuore sensibilissimo, ardentissimo; e con una immaginazione piuttosto fervida, io non vivo, ma languisco dopo che ho perduto la speranza di diventare giammai sposa di quello che ho tanto amato. E mi domandi se penso a maritarmi? Questa è cosa ch’io farei, se mi capitasse l’occasione, ch’io più non cerco, e che nemmeno bramo, sicura che non troverò più a questo mondo quella felicità, che ho veduto vicinissima, e che ho fuggito. E tu sei certo meno infelice di me, perché non hai rimprovero da farti di esserti cagionata da te medesima la tua sventura; ebbene, ti ripeto, compiangimi.
(Lettera di Paolina Leopardi, del 22.9.1827, a Vittoria Regnoli)
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