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Nella sua triste e immensa vita Leopardi non si trovò ad affrontare anche quella profonda e lacerante sofferenza che dilania l’anima e che deriva dalla perdita di un essere che costituisce le nostre radici o il nostro futuro, come ad esempio quella di un genitore o, peggio, di un figlio.
Verificatasi nell’infanzia, la prima esperienza mostra unicamente quello che può essere il coinvolgimento emotivo di un bambino in tenera età. L’incontro tangibile con la morte avvenne infatti molto presto per Giacomo. Aveva solo quattro anni quando Monaldo lo condusse, insieme ai più piccoli Carlo e Paolina, a salutare per l’ultima volta il fratellino morto poco dopo la nascita. La piccola salma stesa sopra un tavolo e gli addobbi funebri di rito colpirono profondamente il piccolo Giacomo che, a differenza dei due fratelli minori rimasti indifferenti, intuì forse l’irreparabilità del fatto e «pian[se] dirottamente la perdita, quantunque in età di soli anni quattro e mezzo».
Più profonda e importante invece la seconda esperienza, vissuta mentre si trovava a Pisa e di cui ci resta testimonianza toccante nell’Epistolario. Il 16 maggio 1828 il padre Monaldo gli aveva scritto una lettera accorata con la quale gli comunicava la morte del fratello. In essa emerge lo strazio di un padre affranto che fatica a proseguire nella scrittura e che invoca il figlio (Giacomo mio salviamoci) di unire le proprie lacrime alle sue, di condividere quel mare di dolore e di pianto in cui la famiglia tutta era immersa. Giacomo risponderà il 26 maggio e per la prima volta si rivolgerà al padre con il più intimo caro papà, dimostrando così non solo la partecipazione profonda a quel dolore ma anche il bisogno di sentirsi unito alla propria famiglia. Scomparsi il signor Padre e i toni formali e distanti, questa lettera commovente rappresenta una delle testimonianze più toccanti e rivelatrici dell’anima di Giacomo e di quella pietas che fu una delle componenti fondamentali del suo essere.
A Monaldo, infatti, egli scrive:

Io non posso intraprendere di consolarla, tanto più che sono inconsolabile anch’io

E preoccupato per la salute del genitore di cui conosce la sensibilità:

Caro Papà, io so bene che le anime sensibili, in casi di questa sorta, quasi si vergognerebbero di se stesse se tentassero di sottrarsi al loro dolore, e se ammettessero qualche sollievo: pare come un sacro dovere l’abbandonarsi interamente e senz’alcuna cura di se medesimi al pensiero che ci affligge. Ma io non posso fare a meno di pregarla a procurarsi un poco di distrazione […]; la prego, non per l’amor di se stessa, ma per l’amor di noi altri, che viviamo in lei e per lei, e che sentiremmo scemata e mutilata la nostra vita, se in lei si scemasse la salute. Io per la parte mia posso giurarle che, parlando umanamente, non vivo se non per lei e per la mia cara famiglia: non ho mai goduto della vita se non in relazione a loro; ed ora la vita non mi è cara se non in vista del dolore che cagionerei a loro se la perdessi.

Il lutto familiare gli mostra ora come possa realizzarsi ciò che considerava rarissimo, quello che aveva chiamato miracolo della natura ovvero come il proprio dolore possa, fondendosi insieme a quello di un altro, diventare un’unica grande sofferenza comune.

(da: DOLORE E LUTTO IN LEOPARDI.
TRA ESPERIENZE DI VITA ED ESPERIENZE DI LETTURA in     La ragione e il cuore. Saggi leopardiani, Cleup, Padova 2014.

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