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“Natura umana, or come,/ se frale in tutto e vile,/ se polve ed ombra sei, tant’alto senti?/ Se in parte anco gentile,/ come i più degni tuoi moti e pensieri/ son così di leggeri/ da sì basse cagioni e desti e spenti?” si chiede Leopardi di fronte al Ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale, dopo aver affermato che “Così riduce il fato/ qual sembianza fra noi parve più viva/ immagine del ciel. Misterio eterno/ dell’esser nostro” .

C’è allora un mistero nella materia, che non si può spiegare; perché la materia che è capace di creare alte illusioni è anche fragile e destinata a morire. Ecco le trepide interrogative del Poeta in sospensione di giudizio. Ed ancora chiede alla natura, mirando un bassorilievo sepolcrale, dove è raffigurata una giovane donzella: “se danno è del mortale/ immaturo perir, come il consenti/ in quei capi innocenti?/ Se ben, perché funesta,/ perché sovra ogni male,/ a chi si parte, a chi rimane in vita,/ inconsolabil fai tal dipartita?/ […] Ahi perché dopo/ le travagliose strade, almen la meta/ non ci prescriver lieta?”

Anche il pastore chiede alla luna “e quando miro in cielo arder le stelle;/ dico fra me pensando:/ a che tante facelle?/ che fa l’aria infinita, e quel profondo/ infinito seren? che vuol dir questa/ solitudine immensa? ed io che sono?” e poi ” Se la vita è sventura,/ perché da noi si dura?”

E quando dopo due anni di aridità poetica, finalmente Leopardi sentirà rinascere il suo sentimento di Poeta, si chiederà cosa sia questa “virtù nova […] che sento in me?” e ancora “chi mi ridona il piangere/ dopo cotanto obblio?” mentre chiuderà il suo canto di Risorgimento parlando al suo cuore protagonista della lirica “Ma se tu vivi, o misero,/ se non concedi al fato,/ non chiamerò spietato/ chi lo spirar mi dà”.

Interrogativi dicevamo, destinati a rimanere tali, perché l’unica cosa certa è il dolore.

Il mistero e il dolore: i due poli del pensiero leopardiano.