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L’introduzione del mio saggio “DOLORE E LUTTO IN LEOPARDI.
TRA ESPERIENZE DI VITA ED ESPERIENZE DI LETTURA” (da “La ragione e il cuore. Saggi leopardiani”, Cleup 2014)

Era un gigante, ma era l’uomo. Soffriva come un dio tutto ciò di cui noi non conosciamo se non un riflesso

(A.M. Ortese, Pellegrinaggio alla tomba di Leopardi)

“Che sia questo morir, questo supremo/ Scolorar del sembiante,/ e perir dalla terra, e venir meno/ ad ogni usata compagnia”
(Canto notturno di un pastore errante)

1. Introduzione

A livello filosofico nel corso dei secoli sono state infinite le riflessioni sulla morte, grande enigma dell’esistenza, e la letteratura sull’argomento è quindi sterminata. Il tentativo di dare una risposta da parte di ogni corrente di pensiero ha dovuto però arrestarsi di fronte a quel mistero che nessuna ideologia riuscirà mai a demitizzare o a mostrare come inesistente. Anche se già il nascere implica finitezza e la morte è presente in noi come un male originario, nell’opinione comune essa è stata sempre considerata come un evento tragico che interrompe il fluire della vita e che per la sua impenetrabilità, provoca un timore che è proprio degli uomini di tutti i tempi. Prescindendo dai sentimenti religiosi che additano a un aldilà, dove l’uomo sarà compiuto pienamente e vivrà felice, la morte appare senza alcuna giustificazione e le diverse risposte che i filosofi laici hanno tentato di fornire nel corso del tempo si sono rivelate insoddisfacenti e parziali e non hanno fugato quel terrore ancestrale di cui l’uomo diviene preda quando pensa alla fine della sua vita.
Ogni discorso sull’evento estremo ne implica necessariamente un altro, teso a considerare quel dolore lacerante che investe chi vive una perdita. Se le risposte religiose all’enigma della morte offrono una consolazione a chi ne è colpito, la moderna psicologia analizza dettagliatamente le diverse fasi del lutto tentando, in questo modo, di razionalizzare il dolore che da esso deriva, senza però riuscire ad eliminarne l’angoscia profonda.
L’affinità di Leopardi con Giobbe e il sapiente dell’Ecclesiaste che abbiamo riscontrato nei nostri lavori precedenti, ci induce a tentare un approfondimento su quel dolore che rappresenta tanta parte della poesia e della meditazione leopardiane.
Com’è noto, sul legame tra dolore personale e pensiero e poesia in Leopardi, si levarono voci diverse soprattutto nel passato (ma tuttora presenti). Ma se è vero che egli stesso si scagliò contro coloro che imputavano alle sofferenze personali la sua filosofia «dolorosa ma vera», è senz’altro corretta l’osservazione del Timpanaro e cioè che fu proprio quella sofferenza a costituire per Leopardi quel «formidabile strumento conoscitivo» che favorì l’evolversi e il maturarsi del suo pensiero. Il dolore fisico e spirituale che accompagnò il poeta per tutta la vita «non p[uò] essere minimizzat[o] né enfatizzat[o], ma solo continuamente considerat[o] nell’intreccio e anzi nella confluenza di tutti gli elementi intellettuali e affettivi dell’intera poetica e filosofia leopardiana». Il dolore quindi diventa «veicolo di conoscenza non per astrazione ma per immedesimazione» ed è attraverso esso che, come dice Eschilo, viene conquistata la saggezza. In questo senso si è parlato del dolore come di «esperienza cruciale» perché «esso sottopone gli uomini ad una tensione che, quando non produce distruzione, accresce certamente la percezione».
Tentare un’analisi minuziosa di quel dolore porterebbe a una assurda azione di sezionamento, di penetrazione incauta nell’anima dell’uomo Leopardi e nella sua vita tutta, nel vano tentativo di voler entrare noi stessi all’interno delle sofferenze che lo travagliarono nel corpo e nell’anima. Ma il dolore non è razionalizzabile poiché è sentito e vissuto pienamente soltanto da colui che ne è stato colpito e che vive in un mondo completamente diverso e trasformato. Tra il sofferente e il mondo, infatti, si eleva «una sorta di coltre invisibile».
È possibile un’indagine sul dolore? Accendere una specie di faro illuministico che inondi ogni angolo e ogni anfratto di una situazione di sofferenza? Non lo crediamo o, almeno, non completamente. Natoli osserva che «una ricognizione sull’esperienza del dolore esige[rebbe] in primo luogo di [poterlo] coglier[e] laddove è, in una parola di riconoscerlo quando lo si incontra», osservando, ad esempio, i tratti del volto di chi soffre, i quali, nonostante il tentativo di dissimulare la sofferenza, si mostrano alterati. Ma la «ricognizione» sarebbe comunque sempre parziale ed inoltre, seguendo il filosofo, noi sappiamo di non vedere un volto ma solo le pagine lasciateci in eredità da un Uomo che ha sofferto.
Il nostro percorso, come d’altronde i tanti sentieri possibili nell’impervia selva dello Zibaldone (è questo soprattutto il testo sul quale ci baseremo), non appare semplice né tranquillo e presenterà forse alcune inevitabili ripetizioni dovute ai temi che si intersecano ma anche alla difficoltà di separare del tutto quanto si sente e si prova da quanto si medita e si pensa. L’evento morte è infatti connesso strettamente a temi filosofici e religiosi tra i quali il più importante, presente in Leopardi, è quello dell’immortalità dell’anima, cui dedicheremo alcune riflessioni. Questo argomento è a sua volta collegato alla questione del “materialismo” leopardiano che per tanti critici è dato per acquisito e costituisce certezza.
Lungi dalla presunzione di esaurire un discorso vastissimo e per certi versi assai delicato, e pur considerando che l’esperienza del dolore, proprio perché individuale, rimane irripetibile e mai confrontabile, ci avvicineremo in atteggiamento di condivisione ad alcuni pensieri di Leopardi incentrati sulla sofferenza che deriva dalla morte e conseguentemente dal lutto. Sono riflessioni che sembrano però rimanere ad un livello puramente razionale e perciò stesso piuttosto lontano da quel sentire tanto caro al Poeta. Una controprova di come il coinvolgimento esperienziale sia unica via di conoscenza per questo particolare tipo di dolore.
Ci siamo chiesti quando, quanto e come i pensieri sul dolore che deriva dal lutto e dalla morte siano stati il risultato di esperienze dirette e/o di osservazioni personali di Leopardi e quanto incisero invece, nelle sue note, le opere dei materialisti francesi. Infine, se le sue riflessioni manifestino una ferma convinzione o se invece lascino spazio al dubbio.
Sono domande sulle quali discuteremo provando a dare risposta, consapevoli che nel nostro diverso sfogliare queste pagine leopardiane si accentueranno quei «momenti di perplessità, sull’intreccio tra esperienze di lettura ed esperienze di vita in Giacomo Leopardi [che provocano in noi] un istintivo rispetto per una vicenda umana vissuta e sofferta con un’intensità e con un coraggio mentale che non potrebbero derivare da nessuna “fonte”, ma che sono solo ed autenticamente di Leopardi».
Leopardi può essere letto in molti modi. Per non divenire «vivisezionatori implacabili di quell’anima dolorante» crediamo che il rispetto debba accompagnarsi ad uno studio che non si fermi al mero dato (utile ad un discorso unicamente speculativo), ma sia orientato verso una maggiore valenza umanistica. Lo stesso Leopardi, ammonendo contro l’amor di sistema dannosissimo al vero, invitava a sentire la verità, non solo a intenderla.
In tal senso è utile ricordare che «il dolore non riesce ad accedere alla parola neppure quando lo vorrebbe, poiché la sofferenza inibisce l’espressione e quando non la inibisce la deforma». Se questo è vero, allora, le parole di Leopardi non potranno mai restituirci integralmente il suo sentire, che rimarrà, nel suo nucleo profondo, nascosto deposito della sua anima; noi suoi lettori, anche se uniti a lui da una profonda empatia, dobbiamo essere coscienti che mai potremo aprire quell’ultima porta e dovremo così accontentarci, in profonda umiltà, di ascoltare le sue pagine riflettendo sull’impossibilità di arrivare a certezze.

 

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